Ideali e azioni per la collettività

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Questo blog ha la funzione di portare all’attenzione di tutti coloro che vogliono spendersi per una Capo d’Orlando più libera, vivibile e all’insegna del pluralismo, fatti azioni e proposte concrete per far si che questa terra possa sfruttare al meglio tutte le potenzialità che una natura generosa gli ha riservato.

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L’incapacità di prendere decisioni.

Incapaci di scegliere

Incapacità di scegliere

L’incapacità di prendere decisioni, una sensazione che proviamo di fronte alle scelte o a certi tipi di scelte.

Noi esseri umani siamo dotati naturalmente delle capacità necessarie per prendere decisioni. Possiamo affermare che sono implicite nella nostra intelligenza. Gli animali per affrontare le scelte che si parano loro davanti, lotta o fuga, un tragitto piuttosto che un altro, usano principalmente la programmazione automatica che è inserita nei loro geni o che hanno appreso dalla madre o dal gruppo sociale.

Per gli esseri umani vale lo stesso, ma l’importanza dei geni è limitata e lascia il passo a una predominante componente culturale, cioè alle chiavi di lettura e comportamentali che i nostri genitori e la società di cui facciamo parte ci hanno trasmesso durante la nostra infanzia. Ma non è tutto qui: grazie alla sua intelligenza un essere umano può andare oltre ai geni e alla cultura e prendere decisioni secondo valutazioni personali, basate sulle informazioni disponibili, ma anche sulla consapevolezza personale di noi stessi e del mondo in cui viviamo.

In breve l’intelligenza e la consapevolezza ci rendono in grado di compiere scelte diverse da quelle predefinite. E’ una capacità potenziale che abbiamo dentro di noi, ma che deve essere sviluppata e allenata. Tutti la possediamo e tutti l’abbiamo sviluppata in una certa misura.

Quindi quando affermiamo di essere incapaci di prendere un decisione, non diciamo il vero. Stiamo facendo altro, spinti da emozioni o bisogni veri o fittizi.

Per esempio, stiamo dicendo che non vogliamo assumerci la responsabilità della scelta, o delle sue conseguenze. Oppure siamo spinti da incapacità acquisite nel tempo, di solito a seguito di traumi che non siamo riusciti ad affrontare o assorbire. Così la paura per un fatto avvenuto nell’infanzia ci spinge a evitare luoghi, esempio il mare, o attività, esempio sciare o guidare, o situazioni, esempio un qualunque esame, e così via.

Sono veri e propri blocchi emotivi di fronte a scelte che siamo costretti ad affrontare. Ecco che evitiamo di prendere le decisioni, sosteniamo di non essere in grado, perfino di non essere in grado di scegliere, ma comunque facciamo di tutto per procastinare la decisione.

Quali motivi ci spingono a procastinare?

In realtà i motivi che spingono a procastinare possono essere molteplici e determinati da cause diverse. Approfondiremo l’argomento procastinazione nel prossimo post, ma solo per chiarezza cito alcune delle cause più comuni:

1. pigrizia

2. disinteresse

3. perfezionismo

4. paura dell’insuccesso

5. paura del successo

6. paura delle conseguenze

7. paura delle responsabilità

8. ribellione

e così via.

Secondo voi, per quale motivo alcune persone sono in grado di compiere anche le scelte più complesse, mentre altre non vogliono sentirne parlare?

Non siamo nati così, abbiamo imparato a farlo.

Come si impara a scegliere?

In primo luogo, facendolo. Compiere scelte è un’arte che richiede esercizio, come le arti marziali, la volontà e praticamente tutte le capacità interiori di noi esseri umani.  la palestra migliore è la vita di tutti i giorni.

Si inizia imparando a riconoscere le scelte che la vita ci presenta, passo passo, lungo la nostra giornata, poi si inizia a decidere sulle piccole cose prestando attenzione a quello che si fa e a come ci sentiamo, prima, durante e dopo.

Perché ho deciso in quel modo?

Quali conseguenze avrà la mia decisione?

Cosa sarebbe accaduto se decidevo in un altro modo?

Via via, un passo alla volta, ci troveremo a anticipare le decisioni, inizieremo a sentirle arrivare e le affronteremo con calma e sicurezza. Nei prossimi post vedremo come è fatta una scelta, come si affronta, quali esercizi possiamo fare per diventare più sicuri mentre prendiamo una decisione e molto altro ancora.

 Nel frattempo pensate a quello che abbiamo detto e provate a capire perché procastiniamo le decisioni.

Da soli non ci si salva !!     

Ogni scelta modella la nostra vita.

Diventiamo consapevoli delle nostre scelte.

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Abbiamo idee e progetti ! da proporre !  Aiutiamoci a farli partire !

Creare una squadra di persone curiose, creative ed intraprendenti che prima di tutto vogliono scoprire il mondo e fornire le migliori risposte ai problemi che incontrano.

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comunicazione sociale ! . . .

Riflessione sulla qualità delle relazioni umane tra soggetti, l’ambiente educativo che determina l’efficacia di un’esperienza scolastica orientata all’emancipazione di tutti e di ciascuno» questo il desiderio del Comitato spontaneo Trazzera Marina iniziativa che intende comunicare alla scuola che aiuti la rinascita del Paese rimanendo sempre aperta.

La scuola, è la scuola di tutti è rappresentata come sempre dalle iniziative decentrate svolte con molte scuole del comprensorio.

I focus group territoriali da organizzare saranno finalizzati a suscitare e a raccogliere la narrazione dei percorsi di cambiamento, affrontati in riferimento alle tematiche scelte e alle variabili che determinano il fare scuola, l’approfondimento dei singoli temi viene realizzato attraverso il confronto con esperti nei seminari tematici.

Le iniziative  dovranno coinvolgere dirigenti, insegnanti, genitori, educatori, amministratori locali nella convinzione che la scuola debba uscire dall’autoreferenzialità e migliorare il suo rapporto con tutti gli attori dell’educare e dell’educarsi.

Le idee, le esperienze e le proposte, emerse nel percorso di iniziative decentrate verranno documentate a cura dei responsabili delle associazioni e degli Enti promotori raccolte in un Quaderno che diverrà uno strumento di lavoro importante.

Da soli non ci si salva !!     

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siamo messi proprio male ! ! . . . . diamoci na’ mossa ! . . .

Come il prezzemolo L’opportunista : puoi trovarlo ovunque.

La persona opportunista è quella che agisce sempre per proprio tornaconto. Nonostante il vocabolario associ al termine “opportunismo” anche un altro significato , legato alla capacità di cogliere un’occasione sfruttando il momento favorevole, il risultato è comunque lo stesso.

Quando cerchi di trarre vantaggio da una difficoltà altrui, per esempio, o fai in modo di ottenere qualcosa forzando una situazione per raggiungere i tuoi scopi, il confine tra “opportunità” e opportunismo” diventa sempre più sottile. Di opportunisti è pieno il mondo, purtroppo, ma possiamo imparare a riconoscerli e arginarli. Ciò è indispensabile, soprattutto, se la noncuranza di chi approfitta si traduce rapidamente in una totale mancanza di rispetto per la dignità e i sentimenti di chi, suo malgrado, si ritrova coinvolto.

Opportunismo e lavoro di gruppo

Creare e gestire un gruppo di lavoro è piuttosto difficile. Se poi manca la voglia di confrontarsi e crescere insieme, perché ciascuno va avanti seguendo solo il personale interesse, il quadro si complica.

Per superare l’individualismo, che pare abbia preso il sopravvento, sarebbe sufficiente ricordare che “individuo” e “gruppo” sono due concetti complementari. A tal proposito, Thich Nhat Hanh, poeta e attivista per la pace, nel suo libro “Trasformare la sofferenza – L’arte di generare la felicità”, ha scritto:

Nell’azione collettiva si può vedere anche l’aspetto individuale: c’è chi si siede diversamente dagli altri, chi si concentra più facilmente, chi ha bisogno di maggiore sostegno. Nel collettivo possiamo vedere l’individuo, e l’individuo contiene in sé il collettivo. Non esiste l’individualità assoluta, così come non esiste la collettività assoluta.

– cit. Thich Nhat Hanh

Questa considerazione dovrebbe aiutarci a capire quanto sia inutile agire con egoismo e opportunismo, visto che i migliori risultati si potrebbero ottenere collaborando. Eppure, sappiamo bene quanto la realtà quotidiana, nella maggior parte dei casi, sia diversa.

È molto raro, infatti, non individuare, all’interno di un team, quella simpatica figura che cerca di ottenere un beneficio (temporaneo oppure a lungo termine) sfruttando la buona fede, il ruolo, i contatti, la fiducia, la disponibilità o, ancora peggio, l’errore di un collega. Il suo motto preferito? “Mors tua vita mea”.

Opportunismo e buone relazioni

Se è già desolante parlare di opportunismo in ambito lavorativo, lo è ancora di più se facciamo riferimento alle relazioni personali. Anche se, a pensarci con attenzione, analizziamo 2 facce della stessa medaglia.

Per favorire una pacifica convivenza professionale, infatti, è necessario creare un contatto, coltivare una relazione. Cosa c’è alla base di una buona relazione? Il dialogo. Cosa rappresenta il dialogo? La forma più semplice di comunicazione. Ebbene, è proprio la comunicazione che fa il gruppo: lo influenza, ne regola le dinamiche. Se è costruttiva genera unione, in caso contrario alimenta dissapori e risentimenti.

L’opportunismo è uno dei principali elementi di contrasto ed è pure democratico: si presenta in ufficio, a casa, al corso di yoga. Ovunque ci sia un legame, tra due o più persone e in qualunque contesto, ovunque ci sia un’opportunità da cogliere, ci sarà anche un margine di rischio: la concreta possibilità, in particolare, di assistere a comportamenti disonesti messi in scena per pura convenienza (e, spesso, contro di te).

Tante maschere, pochi volti: la sincerità è merce rara

Ho sempre mal tollerato l’opportunismo, specie quando si manifesta in modo subdolo, cioè mascherato da falsa amicizia. Pensi di aver costruito un rapporto sincero, basato sulla stima reciproca, sul rispetto, sulla benevolenza incondizionata… e poi ti rendi conto, all’improvviso, che il tuo interlocutore aveva altri programmi. C’è un elemento chiave che può aiutarti a fare chiarezza: la costanza. Ti spiego il motivo.

L’opportunista ha queste caratteristiche: appena raggiunto il suo obiettivo ti abbandona, oppure modifica il suo comportamento ogni 2×3. La continuità, insomma, non è il suo forte. Hai presente quelle persone che irrompono nella tua vita a intermittenza, come le lucine natalizie? Ecco. Non le senti per anni e poi, appena ritengono di poter ottenere qualcosa (perché hai iniziato a lavorare in un’azienda di loro interesse, perché hai contatti utili o hai comprato casa a New York), ritrovano il tuo numero e anche una buona dose di faccia tosta: “Carissimo/a! Come va? Sei stato/a sempre nei miei pensieri in questi mesi!”. Eh, come no.

La leggera ironia è voluta, ovviamente. Anche l’esempio un po’ grezzo. Il punto su cui vorrei invitarti a riflettere, però, è serio: se cogliere un’opportunità è legittimo, è altrettanto giusto utilizzare gli altri per i propri scopi? È corretto evidenziare lo sbaglio di un collega per conquistare una promozione? Oppure approfittare della generosità di un amico per ottenere un favore?

Che tipo di conversazione possiamo sostenere quando in tutto ciò che diciamo la sincerità è assente? Con quale coraggio possiamo giocare con i sentimenti di chi ci stima e ha fiducia nel nostro operato?
È vero, Pirandello ci aveva avvertiti… ma spero che, prima o poi, si possa invertire la tendenza e costruire una società diversa, più schietta, in cui incontrare finalmente “tanti volti e poche maschere”.

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omologazione e spersonalizzazione . . . riflettiamo ! . . . organizziamoci ! . . .

A favorire la percezione di appartenere ad un mondo unico è senz’altro rilevante l’espansione del capitalismo industriale che ha generato la diffusione di una grande quantità di merci standardizzate economicamente accessibili a fette sempre crescenti di popolazione.
Illuminante a questo proposito è l’analisi offerta da George Ritzer che denuncia quella che lui chiama la mcdonaldizzazione della società:un processo di omologazione e spersonalizzazione che con i suoi prodotti occupa un posto di primo piano nella cultura di massa”.

 

A seguire questo processo è tendenzialmente anche la globalizzazione della comunicazione, che rende la conoscenza, l’informazione “a portata di mano”, grazie a quella compressione spazio-temporale che a causa dei diversi mezzi di comunicazione, rende tutto vicino e presente, ma con lo svantaggio di assimilare una quantità di informazioni che invece di rappresentare la realtà nella sua complessità, la presentano attraverso semplificazioni, tendendo ad esaltare l’esperienza più che a perlustrarne il significato e ad esibire partecipazione più che a operare analisi.

Riflettete gente !. . .  riflettete ! . . .

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Tra Stato e Mercato: la terza via

Una soluzione “comunitaria”: i distretti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni possono fornire un “altro tipo” di risposte a tali problemi, ponendo nuovamente al centro l’autodeterminazione della comunità locale, la cui “regia” può essere svolta dagli amministratori locali più attenti collegando le diverse esperienze dei territori all’interno di una strategia comune di sviluppo sociale ed economico dei territori, quale quella del “localismo inclusivo”. In questo modo gli amministratori riconoscono alle comunità locali, alle persone, un “potere” di autodeterminazione che è stato loro eroso in tempi di globalizzazione. Un “potere” inteso innanzitutto come capacità di controllo delle proprie vite e della costruzione della qualità delle relazioni, ponendo al centro il “buon vivere” nei luoghi dove si è, rendendoli a misura degli abitanti, dei loro problemi, ma anche valorizzando le loro risorse personali e l’inclusività comunitaria. I distretti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni quindi rappresentano un salto di qualità anche della politica: perché rafforzano uno spazio tanto importante quanto “dimenticato”, tra Stato e Mercato.

Filiere di prossimità per un nuovo tipo di sviluppo locale

Così facendo si crea anche un nuovo tipo di sviluppo locale e di amministrazione locale, “abilitando” e dando una dimensione di “scala” più ampia ad esperienze che, senza questa “rete” sarebbero tra loro frantumate. Così si dà loro il senso di una politica amministrativa che supera i confini, perché vede in tutto ciò non tanto un’aggregazione di attività che si sommano l’un l’altra, ma la creazione di un salto di qualità del fare amministrazione locale e sviluppo locale, favorendo nuove reti e filiere di prossimità dei beni comuni. E’ questa, in concreto, la politica di “localismo inclusivo”.
Questo tipo di esperienze “distrettuali” di beni comuni può essere riproducibile anche in forme diverse su altri territori, come sembrano evidenziare alcuni amministratori che hanno partecipato al convegno. Ma   richiede comunque sempre una forte scelta politica in questa direzione orientando in tal senso tutta un’amministrazione locale, nella sua componente politica e tecnica.

Una scelta Politica

Sembra emergere che nei distretti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni vi sia un coordinamento, un tendenziale “fare sistema”, una visione politica sottostante, che favoriscono “comunità che apprendono” competenze civiche e sociali. Ed è proprio questo tipo di competenze acquisite che conferisce “potere” alle comunità: la possibilità/capacità di creare il nostro futuro di fronte a forze globali. Una prossimità reale, non virtuale, che nella forma del distretto per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, significa anche promuovere competenze sul come con-vivere oggi: “città che apprendono” e che creano “comunità inclusive”.
E’ necessario forse oggi più che mai coltivare più che la paura, questo tipo di coraggio, sia da parte di cittadini che amministratori: il coraggio di una nuova politica che attribuisca potere alle comunità locali e a quegli amministratori che sanno interpretare queste nuove esigenze sociali, sapendo che queste costituiscono un nuovo spazio tra Stato e mercato. Perché quando le comunità s’indeboliscono, allora il mercato diventa troppo iniquo e lo Stato troppo autoritario, come afferma Raghuram Rajan. Ricominciare dalle comunità locali è quindi una precisa scelta politica di chi innova in questo “squilibrio”… ricominciando dalle persone.

Fonte:  labsus tratto da scritto di Rossana Caselli

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patti di collaborazione

Fonte: Labsus

I regolamenti comunali volti a declinare questa innovativa funzione amministrativa, avente ad oggetto la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani, sono il prodotto della “forza normativa della realtà”. La micro-rigenerazione nasce, infatti, quale fenomeno che sfida la legalità “formale”, sulla base di pratiche collettive d’uso volte alla riappropriazione di spazi o edifici abbandonati, in assenza di formale riconoscimento da parte dell’Amministrazione.
Circa centosettanta Comuni hanno ormai adottato regolamenti per disciplinare “forme di collaborazione tra cittadini e Amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” (art. 1, regolamento del Comune di Bologna), con l’obiettivo di conciliare il principio di legalità con quello di auto-organizzazione e auto-produzione sociale: ovverosia emancipare, in attuazione della sussidiarietà orizzontale, le prassi sociali, facendole confluire in un riconosciuto e legittimo dialogo paritario con l’Amministrazione comunale.
Nei regolamenti comunali la gestione condivisa dei beni comuni urbani tra cittadini e Amministrazione prende forma e nome di “patto di collaborazione”, quale strumento negoziale preposto alla concreta disciplina degli interventi di micro-rigenerazione. Controversa è la qualificazione giuridica dei patti. Nella maggior parte dei regolamenti, essi sono definiti atti di natura non autoritativa, in questo modo valorizzando il profilo consensuale tipico del “patto”, al punto da rendere l’accordo requisito imprescindibile.
A livello comunale, il principio sussidiario è stato, fino ad oggi, declinato, principalmente, nell’affidamento al mercato dei servizi pubblici locali. Qui la partecipazione dei privati nell’attività di interesse generale si traduce nella mera esecuzione della strategia e della programmazione pubblica, rigidamente regolamentate nel contratto di servizio, senza che vi sia, invero, alcuna attività di “promozione” da parte dell’Amministrazione e alcuna reale “amministrazione congiunta”.
Diversamente, nel rapporto che si instaura nell’ambito del patto di collaborazione la sussidiarietà orizzontale si traduce in una marcata riduzione dell’asimmetria tra Amministrazione e privati, grazie al ricorso a moduli consensuali e al perseguimento di interessi comuni ad entrambe le parti: il patto, pertanto, non può ricondursi né all’azione autoritativa dell’Amministrazione, né ad un intervento esclusivo dei privati.
Tuttavia, perché il procedimento che conduce alla sottoscrizione di un patto di collaborazione possa svolgersi secondo la flessibilità che gli è propria, è necessario che si distingua dall’ordinario affidamento di un contratto pubblico, onde sottrarsi alla relativa rigida disciplina concorrenziale (d.lgs. n. 50/2016, Codice dei contratti pubblici). A tal fine, deve essere assicurata la sostanziale gratuità del patto di collaborazione e la natura non economica dell’attività di micro-rigenerazione (Corte di giustizia dell’Unione europea, sent. 19 giugno 2014, causa C-574/12, Centro Hospitalar de Setúbal, punto 33; Consiglio di Stato, parere del 20 agosto 2018, n. 1382, paragrafo 5).
A fronte dell’obbligo di gratuità del rapporto, il patto di collaborazione non deve, però, degenerare, diventando lo strumento attraverso il quale l’Amministrazione scarica i costi sulla cittadinanza più attiva e responsabile.

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sistema chiamato Amministrazione condivisa

Sperimentando un ampliamento del concetto di amministrazione condivisa. La realtà non si è limitata a seguire la sua intuizione: sta andando oltre la consapevolezza anche culturale di un processo mosso sul piano locale.

Fonte: labsus di Fabio Giglioni 8 Luglio 2019

Quando poco più di venti anni fa Gregorio Arena, presidente di Labsus, scrisse il suo saggio Introduzione all’amministrazione condivisa (in Studi parlamentari e di politica costituzionale, 1997, 117-118, 29) probabilmente non immaginava che quella sua elaborazione teorica si sarebbe trasformata non solo in sperimentazioni pratiche ma addirittura in un vero e proprio modello di amministrazione aggiuntivo a quelli che già si conoscono. Già, perché è questo che gradualmente comincia a intravedersi man mano che le sperimentazioni cominciate su base comunale salgono di scala.
Ne ha parlato nell’ultimo editoriale di questa rivista Rossana Caselli, con riferimento alla creazione di veri e propri distretti dell’amministrazione condivisa su scala provinciale. La costituzione di una rete mista tra amministratori (ma anche tra associazioni e cittadini) per condividere le esperienze, le difficoltà, le opportunità e per accrescere la consapevolezza.

Le diverse scale territoriali dell’amministrazione condivisa

In occasione della pubblicazione di questo editoriale i lettori troveranno il commento di Laura Muzi alla prima legge regionale sull’amministrazione condivisa entrata in vigore qualche giorno fa. Per la prima volta in Italia, dunque, viene approvata una legge che assume come riferimento l’amministrazione condivisa, i regolamenti che la sostanziano e i patti di collaborazione. Si tratta di una legge che ha, in primo luogo, il primato di applicare questo modello all’amministrazione regionale perché la regione, tra le altre cose, gestisce patrimoni sul territorio, governa l’edilizia residenziale pubblica, gli enti parco, la sanità, settori – cioè – che presentano notevoli potenzialità di sperimentazione per l’amministrazione condivisa. In aggiunta a questo è una legge che mette la regione al servizio dei suoi comuni: si offre come soggetto che favorisce la formazione, elemento cruciale per questo nuovo modello organizzativo, mette a disposizione le proprie risorse infrastrutturali e anche, in misura minore, finanziarie per sostenere e diffondere oltremodo l’amministrazione condivisa. Ha l’intelligenza – questa legge – di non stabilire dall’alto quali sono i patti di collaborazione da favorire, discriminando e indirizzando i comuni, ma si mette al servizio dei loro progetti senza definizioni preordinate.
Infine, solo per il fatto di essere una legge, questa ha il merito di rassicurare anche i tanti funzionari e dirigenti che su questo tema sono frenati dalle preoccupazioni in ordine alla responsabilità amministrativa. Come è sempre accaduto nella storia d’Italia, le migliori cose sono state prodotte e sperimentate spesso nella periferia e si deve a molti bravi amministratori, dirigenti e funzionari pubblici il coraggio di aver intrapreso un percorso di rinnovamento dell’amministrazione anche correndo qualche rischio. Da questo punto di vista la legge regionale del Lazio è una prima risposta che va nella direzione di incoraggiare i dipendenti pubblici a rinnovare le prassi amministrative e il modo di amministrare la cosa pubblica.
Altrettanto ancora si vede sul territorio con le unioni di comuni e con le Città metropolitane. Milano è la prima Città metropolitana ad aver approvato il regolamento dei beni comuni urbani e ciò ha un valore particolarmente forte perché avviene in un’area territoriale che ha anche sviluppato le zone omogenee ed ha avviato quella politica della differenziazione delle policy che è particolarmente utile per l’amministrazione condivisa: quanto più le sperimentazioni civiche si caratterizzano come forme di integrazione di politiche pubbliche chiare, rinnovate e decentrate, tanto più l’amministrazione condivisa avrà la forza di distinguersi come un vero e proprio sistema.

La realtà supera le intuizioni

Ma questo processo non riguarda solo le scale territoriali. La creazione di un sistema si vede anche dallo sforzo che nei territori si produce per integrare le esperienze. In una fase iniziale, che è stata di apprendimento per tutti, si sono spesso esasperate le distinzioni, le diversità e le valutazioni tra modelli diversi. Accanto all’amministrazione condivisa si sono sviluppate esperienze fondate più sull’autogestione civica.
In Italia spesso questo si è tradotto in una contrapposizione tra modello di Bologna e modello di Napoli. In verità, pur essendo vero che si sono avute esperienze diverse di rinnovamento dell’amministrazione civica e che probabilmente questi modelli sono anche maggiori di due, la tendenza recente va sempre più nella direzione di integrare. Alla contrapposizione si sta sostituendo la proposta di allacciare le diverse esperienze, consapevoli che ciascuna presenta punti di forza e debolezza e, soprattutto, ognuna risponde con diversa efficacia a obiettivi differenti. Al giudizio si sta sostituendo la curiosità di vedere la capacità di queste esperienze di stare assieme. Lo si vede – ancora una volta – nella regione Lazio, la cui legge fa menzione anche delle autogestioni. Lo si vede con i regolamenti comunali sui beni comuni urbani dal forte tratto innovativo come quello di Ferrara. Anche Torino annuncia cambiamenti del proprio regolamento che vanno nella stessa direzione. Ed è anche quello che reti di cittadini, attivisti e collettività stanno provando a creare da qualche tempo a questa parte, cercando ponti anziché erigere muri. Per non parlare della straordinaria esperienza del progetto delle scuole aperte di cui la scuola Di Donato si sta facendo interprete sul piano nazionale, dopo una sperimentazione di successo avuta a Roma.
Tutto questo produce, peraltro, anche un ampliamento e un allargamento del concetto di amministrazione condivisa che Arena aveva intuito. La realtà non si è limitata a seguire la sua intuizione, ma sta andando oltre. Con gradualità ma anche con perseveranza. Che poi è il modo migliore per vedere buoni cambiamenti.

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beni comuni . . . da labsus

I distretti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni sono utili per rafforzare il disegno politico comune e strategico delle amministrazioni locali e dei cittadini attivi. Si tratta di una nuova politica che pone al centro il potenziamento delle comunità locali dando loro anche una inedita dimensione organizzata e coordinata: quella distrettuale. Gli amministratori assumono al loro interno un innovativo ruolo fondamentale: sostengono, coordinano ed integrano le esperienze di cittadini (singoli ed associati) per la cura dei beni comuni, all’interno di un disegno strategico comune, dando loro un collegamento di “senso” che altrimenti sarebbe perso nella frammentarietà ed isolamento di ognuna di esse, pur avendo intrinseci significati unificanti. Possiamo quindi far rientrare i distretti dell’amministrazione condivisa in quella forma di politica che Raghuran Rajan ha chiamato del “localismo inclusivo”.
L’importanza di questo tipo di politica risiede nel fatto che risponde a problemi di squilibri tra la dimensione locale e globale: Stato e mercato sembrano aver eroso tutti gli spazi vitali delle comunità e la politica sembra aver abbandonato sempre più il rapporto diretto con le persone, dando talora l’illusione di una vicinanza “mediatica”. Quando però le decisioni sono prese sempre più distanti dai luoghi in cui si vive quotidianamente e le scelte sono percepite lontane da ogni tipo di “periferia”, aumenta lo scollamento sociale di quest’ultime dai “centri” decisionali delle “élites”, aprendo così talora nuovi spazi a soluzioni violente e caotiche.

Tra Stato e Mercato: la terza via

Vi è però una soluzione “comunitaria”: i distretti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni possono fornire un “altro tipo” di risposte a tali problemi, ponendo nuovamente al centro l’autodeterminazione della comunità locale, la cui “regia” può essere svolta dagli amministratori locali più attenti collegando le diverse esperienze dei territori all’interno di una strategia comune di sviluppo sociale ed economico dei territori, quale quella del “localismo inclusivo”. In questo modo gli amministratori riconoscono alle comunità locali, alle persone, un “potere” di autodeterminazione che è stato loro eroso in tempi di globalizzazione. Un “potere” inteso innanzitutto come capacità di controllo delle proprie vite e della costruzione della qualità delle relazioni, ponendo al centro il “buon vivere” nei luoghi dove si è, rendendoli a misura degli abitanti, dei loro problemi, ma anche valorizzando le loro risorse personali e l’inclusività comunitaria. I distretti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni quindi rappresentano un salto di qualità anche della politica: perché rafforzano uno spazio tanto importante quanto “dimenticato”, tra Stato e Mercato.

Una scelta Politica

Sembra emergere che nei distretti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni vi sia un coordinamento, un tendenziale “fare sistema”, una visione politica sottostante, che favoriscono “comunità che apprendono” competenze civiche e sociali. Ed è proprio questo tipo di competenze acquisite che conferisce “potere” alle comunità: la possibilità/capacità di creare il nostro futuro di fronte a forze globali. Una prossimità reale, non virtuale, che nella forma del distretto per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, significa anche promuovere competenze sul come con-vivere oggi: “città che apprendono” e che creano “comunità inclusive”.
E’ necessario forse oggi più che mai coltivare più che la paura, questo tipo di coraggio, sia da parte di cittadini che amministratori: il coraggio di una nuova politica che attribuisca potere alle comunità locali e a quegli amministratori che sanno interpretare queste nuove esigenze sociali, sapendo che queste costituiscono un nuovo spazio tra Stato e mercato. Perché quando le comunità s’indeboliscono, allora il mercato diventa troppo iniquo e lo Stato troppo autoritario, come afferma Raghuram Rajan. Ricominciare dalle comunità locali è quindi una precisa scelta politica di chi innova in questo “squilibrio”… ricominciando dalle persone.

Fonte: Labsus Rossana Caselli, sociologa

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Il gruppo di lavoro è diffusamente utilizzato nelle organizzazioni lavorative sia pubbliche che private.

La sua efficacia è sempre più connessa alla capacità di renderlo un momento di scambio, confronto, partecipazione attiva, sulla base di una condivisione degli obiettivi di lavoro o altro, ma anche alla capacità di tenere insieme le difficoltà che le persone hanno nel vissuto sociale.

Nel gruppo si incrociano spinte ed esigenze individuali con richieste ed attese dell’organizzazione.

È importante che si costruiscano le condizioni affinché i diversi componenti del gruppo, con i loro ruoli e soggettività, si riconoscano nella realizzazione del mandato affidato e nel lavoro del gruppo, sperimentando soddisfazioni, condivisioni di fatiche e difficoltà.

Siamo alla ricerca di figure capaci di gestire lo sviluppo di gruppi sociali per coniugare l’analisi delle esperienze portate dai partecipanti, le  proposte e gli inquadramenti relativi alla conduzione dei gruppi, la possibilità di confrontarsi sui diversi tipi di conduzione per differenti gruppi di lavoro.

In un’era in cui sempre più le relazioni umane rappresentano un valore competitivo, il Comitato Spontaneo Trazzera Marina vuole essere un’acceleratore di relazioni al servizio dello sviluppo sociale, strumento di comunicazione e opportunità.

L’obiettivo è di raggiungere chi collabora alle idee con creatività professionalità per far nascere sinergie, collaborazioni, scambi commerciali e amicizie, consapevoli del fatto che l’economia collaborativa e di condivisione funziona, e che gli aspetti valoriali assumono importanza strategica.

In un mondo ideale, le persone guidate dal buon senso starebbero attente a non prevaricare il prossimo, ognuno dovrebbe essere in grado di esprimere naturalmente e liberamente le proprie esigenze e si darebbe  importanza ai bisogni degli altri così come ai propri.

Purtroppo non è cosi. Viviamo in una società di stampo individualistico e competitivo dove ognuno viene incoraggiato a inseguire il “proprio” obiettivo personale nella vita.

In questo non ci sarebbe niente di male sennonché la realizzazione dei propri obiettivi spesso avviene calpestando gli “spazi” delle altre persone.

Formare un team e riuscire a lavorare in armonia con persone nuove migliora il clima di lavoro e di conseguenza aumenta i vantaggi anche in termini di produttività.

L’innovazione sociale insegna ! a fare la differenza non è la natura ma la scala delle sfide che si vogliono affrontare e rispetto alle quali misurare la capacità di apportare cambiamenti positivi e duraturi che fondino, o contribuiscano a fondare, un nuovo sistema.

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siamo la popolazione più ambigua al mondo ! . . .

L’italiano patriota anarchico? Amiamo il nostro Paese, ma odiamo il suo essere nazione? L’italiano è orgoglioso di essere italiano, ma detesta «gli italiani»? E così scopriamo che l’identità italiana è uno schizofrenico miscelarsi di sentimenti contrapposti e quasi mai conciliabili.

Viaggiamo nell’ambiguità e malafede !… sempre piú si configurano come tratti dominanti della nostra epoca a livello individuale e collettivo, nelle relazioni amorose e in quelle sociali, nella politica e nella bioetica. Eludendo la verità interpersonale ed intrapsichica – sono al tempo stesso una nevrosi e un piccolo crimine, al confine tra la patologia e l’etica. Essere ambigui significa evitare il conflitto, il senso di colpa, la fatica della coerenza, lasciando convivere dentro di sé identità molteplici. Gli atteggiamenti mentali subdoli e sfuggenti nascondono falle del pensiero minime, ma non per questo innocue, in grado di inquinare, attraverso messaggi obliqui, i legami sociali, le stesse regole della convivenza civile, minando la fiducia tra i singoli come tra i gruppi organizzati, i cittadini e le istituzioni. È un dissimulare lieve, al limite tra conscio ed inconscio nel quale l’inganno viene fatto anche a se stessi. Al punto che può far scambiare la frequenza statistica con la normalità.

Eppure nel corso della storia ci sono popoli che hanno evitato di essere totalmente asserviti, cancellati. Oggi sono gli anglosassoni che dominano il mondo. Ma anche la cultura greco-romana è durata quasi duemila anni. Quella cinese ha attraversato crisi gravissime ma è sempre riemersa. Il piccolo popolo ebraico pur essendo disperso in tutto il mondo e parlando tutte le lingue ha saputo conservare le proprie tradizioni, la propria identità e la capacita di pensare, di giudicare, di decidere.

Solo chi conserva fortissima la propria identità e compattezza identitaria è in condizione di affrontare il mondo globalizzato, di muoversi e di manovrare in esso senza farsi schiacciare.

Dobbiamo quindi individuare quelle attitudini e quegli schemi che trasformino o creino situazioni diverse dalle attuali assumendo un atteggiamento, presente, attivo e consapevole.

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La fiducia reciproca è il fondamento basilare nelle relazioni umane.

Senza di essa crolla l’intera umanità.

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