Ideali e azioni per la collettività

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Questo blog ha la funzione di portare all’attenzione di tutti coloro che vogliono spendersi per una Capo d’Orlando più libera, vivibile e all’insegna del pluralismo, fatti azioni e proposte concrete per far si che questa terra possa sfruttare al meglio tutte le potenzialità che una natura generosa gli ha riservato.

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abbiamo bisogno di lavoro ed investimenti produttivi

Non abbiamo bisogno di sterili e fredde alleanze elettorali e di sigle che sommano le percentuali del voto.  Noi italiani non abbiamo bisogno di politici e di leader paurosi, a cui tremano le ginocchia. Non abbiamo bisogno di sommatorie di sigle di partiti rissosi e inconcludenti.

Abbiamo bisogno di ricostruire la fiducia nella politica nello Stato, nelle regole comuni.

Iniziate a parlare con noi, a sporcarvi le mani, a lavorare con noi per una nuova Italia. E’ con i Comitati ed associazioni non profirt del terzo settore che dovete parlare c’è bisogno di fare la storia e non di subirla. Egregi cittadini davanti alle sberle che ci arrivano, dobbiamo saper reagire con orgoglio, capacità, autorevolezza, talento e forza. Quella che hanno avuto i nostri padri e quella che abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli. Non dobbiamo e non possiamo più subire passivamente, dobbiamo pianificare una via di uscita che ci permetta di dare vita a un nuovo paese.

Ci piacerebbe anche vedere se tutti i signori che oggi ci chiedono di stare coesi, uniti e di continuare a pagare, senza neanche protestare, ci credono davvero in questo paese, dimostrandolo concretamente, mettendo cioè sul piatto invece delle chiacchiere, soldi veri. Sfidiamoli.

Chiediamo loro “quanti dei loro soldi sono disposti a scommettere su questo paese?” Chiediamo anche a loro se sono in grado di investire in proporzione come facciamo noi. Abbiamo bisogno di un sognoL’Italia è un paese meraviglioso pieno di energie di talento di cuore. Vogliamo dargli una prospettiva? Vogliamo speranze, vogliamo fiducia, vogliamo una nuova classe dirigente. Per ricominciare. Per ripartire di nuovo, per ridisegnare il nostro futuro condiviso. Per avere di nuovo una speranza da regalare ai nostri figli. Per tornare ad avere figli.

Siamo una società dove la giustizia non è l’arma dei giusti contro gli ingiusti, ma degli ingiusti contro i giusti. Andare in processo non è la minaccia di chi ha ragione e vuole avere giustizia, ma di chi ha torto e vuole insabbiare tutto. Non sappiamo far partire i processi, e non sappiamo farli funzionare. Non sapendo far funzionare i processi, non siamo in grado di punire la corruzione.

La nostra società ha ucciso la meritocrazia, la corruzione è dilagante. Siamo entrati nella crisi con una società dislivellata, con grande distanza tra ricchi e poveri. Ne usciremo (dicono ! quello che viene sia l’anno buono, ma in ogni caso faremo qualche passettino, tanto da sbloccarci, non certo una corsa) con dislivelli maggiori: quelli che prima della crisi guadagnavano di più, in stipendi o pensioni, con la crisi hanno guadagnato ancora di più. Chi stava bene sta meglio, chi stava male sta peggio. Non è una società viva e vitale. Una società è viva e vitale quando, nell’arco di una generazione, una fetta di quelli che hanno senza meritare, perdono, e una fetta di quelli che meritano senza avere, ottengono. Ebbene, non è la nostra società.

Formare un gruppo di unità d’intenti è alquanto complesso, ma i benefici che se ne possono trarre ne fanno indubbiamente un’arma vincente.

Da soli non ci si salva !!  

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Italia & Italiani ! . . . . . . Vista dal grande Indro Montanelli

  • Il bello dei politologi è che, quando rispondono, uno non capisce più cosa gli aveva domandato.[19]
  • Il fascismo privilegiava i somari in divisa. La democrazia privilegia quelli in tuta. In Italia, i regimi politici passano. I somari restano. Trionfanti.[19]
  • In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere, perché è più comodo, un padrone da servire. Lo diceva Mussolini: «Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?
  • In Italia non c’è una coscienza civile, non c’è un’identità nazionale che tenga insieme uno Stato federale e garantisca la civile convivenza delle sue parti. Invece io vedo solo nell’Italia Cisalpina qualche barlume di coscienza civile e una vocazione europea. Altrove, invece, è un disastro difficile, se non impossibile, da rimediare. Spero proprio di sbagliarmi !
  • In Italia si può cambiare soltanto la Costituzione. Il resto rimane com’è !
  • La cultura, per un giornalista, è come una puttana: la puoi frequentare ma non devi ostentarla. La cultura si tiene nel cassetto. Il lettore non va trattato dall’alto in basso, ma preso per mano come un amico e portato dove vuoi.[30]
  • La cultura si è chiusa nella torre eburnea. Rimane lì, arroccata in sé stessa, perché ha orrore dei contatti col pubblico, si crede diminuita dai contatti col pubblico. Questa è la cultura italiana. È una cultura di cretini.[31]
  • La democrazia è sempre, per sua natura e costituzione, il trionfo della mediocrità.[32]
  • La depressione è una malattia democratica: colpisce tutti.
  • La nostra classe politica ha fatto del partito una specie di totem intoccabile e gli ha attribuito tutti i poteri, con in più un diritto: il diritto di abusarne.[37]
  • Le cose non sono importanti per quello che sono, ma per quello che uno ci mette.[38]
  • Le mie idee sono sempre al vaglio dell’esperienza e l’esperienza mi impone di rivederle continuamente.[39]
  • Mi accusano molto spesso di avere inventato degli aneddoti. È verissimo. Io ogni tanto invento quando devo descrivere un personaggio, specialmente negli incontri, io invento qualche aneddoto. Però sono sempre aneddoti funzionali, che servono a dimostrare quel certo carattere che mi sembra vero e di dover dimostrare.[39]
  • Mi avvio verso il mio capolinea con l’angoscia di portare con me le cose che ho più amato: il mio paese e il mio mestiere, temo che non mi sopravviveranno.
  • Posso solo dire che l’Italia del Cattaneo è quella che conserva qualche probabilità di salvarsi da questo degrado politico, culturale, morale, economico. E l’Italia del Cattaneo è quella Cisalpina. A nord del Po, e forse anche in Emilia, esistono tracce di coscienza civile e anche di classi dirigenti sane. Poi c’è un’Italia centrale, quella toscana e umbra e marchigiana, che conserva le sue peculiarità, i suoi caratteri spiccati che affondano le radici nell’Italia comunale e rinascimentale. Il resto è un disastro che non saprei come salvare. Del resto Cattaneo ci tentò, andò a Napoli e resistette qualche giorno. Poi si arrese e se ne tornò nella sua Lugano, nella sua Svizzera.[22]
  • Pur ricordandovi che la nostra regola è quella di non tener conto delle intemperanze altrui, specie dei politici, e di dire sempre la verità, tutta la verità, senza partito preso né animosità verso nessuno, vi autorizzo a comunicare al suddetto signore, se ve ne capita l’occasione, che l’unica «testa» in pericolo di cadere dopo il 5 aprile non è la vostra ma, casomai, la sua. E potete aggiungere, da parte mia, che non la considererei una gran perdita.
  • Pertini ha interpretato al meglio il peggio degli italiani.
  • Mussolini capì una cosa fondamentale: che per piacere agli italiani bisognava dare a ciascuno di essi una piccola fetta di potere col diritto di abusarne. Questo era il fascismo. Il fascismo aveva creato una gerarchia talmente articolata e complessa che ognuno aveva dei galloni: il capofabbricato, il caposettore… tutti avevano una piccola fetta di potere, di cui naturalmente ognuno abusava, come è nel carattere degli italiani.
  • Nella storia della nazione italiana io vedo pochi uomini all’altezza della qualifica di una destra illuminata che non solo accetta ma vuole le riforme. Un uomo di destra certamente io non credo che fosse Cavour, del resto il suo connubio lo dimostra, la sua disinvoltura nelle alleanze politiche lo dimostra. Certamente di destra era Ricasoli. Certamente era Sella. Certamente era Giolitti: uomo che dette il suffragio universale, e che riconobbe il diritto di sciopero. Questo è un uomo di destra. Certamente un uomo di destra era De Gasperi, senza dubbio. E, adesso non vorrei scandalizzare la gente, ma direi che uomo di destra per il concetto che aveva dello Stato e del potere era anche Togliatti. E questo dimostra che si può essere uomini di destra anche a sinistra. La destra è una regola di comportamento, una regola morale di comportamento.
  • Fonte: Wikiquote Indro Montanelli
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una continua lotta di ripicche contrasti etc. ! ! ! ……. ecco perchè i comitati !

Viviamo in tempi incerti e difficili da decifrare, per i quali la storia del pensiero politico appare inadeguata. Non basta affermare che la verità è ormai in frantumi o che il nostro codice etico è messo in discussione, in quanto la perdita di un modello binario di pensiero – sinistra-destra, giusto-sbagliato, crescita-recessione, ecc. – non permette più quelle distinzioni che presuppongono un’analisi logica. Siamo in balia dei movimenti imprevedibili di un meccanismo finanziario creato da noi, e tuttavia a noi stessi incomprensibile.-
Mentre la Politica può essere ridotta a una serie di facili slogan, la Religione assume forme estreme, agghiacciante parodia delle certezze di un’epoca oramai andata e la Scienza è messa a servizio del capitale, “l’Arte” rimane un’incognita indecifrabile, forse simile alla natura caotica e indecifrabile del meccanismo finanziario che, senza saperlo, esercita il suo controllo su di noi.

 Il compito, dunque, dei comitati socialmente impegnati è quello di conservare l’elemento astratto e inafferrabile che è l’essenza dei diritti doveri dei cittadini, in modo da adattarli ai meccanismi di vita vissuta fornendo contemporaneamente risposte concrete ai problemi sociali attraverso il confronto nell’incontro.

Uniamoci per debellare azioni ingegnose, accorgimenti basati sulla finzione e sull’inganno che consentono di evitare rischi, per cavarsela in situazioni pericolose, per raggiungere un sottobosco di umanità dedita al sotterfugio alla connivenza all’espediente più bieco per centrare obiettivi più o meno leciti -

Comunicazione, welfare, educazione, meritocrazia, usiamoli - l’apparente autonomia dell’arte per creare canali di comunicazione originali e alternativi, che eludano gli attuali  problemi del mondo politico e sociale ci sono.Il comitato è un ente, previsto dall’ordinamento giuridico italiano, che persegue uno scopo altruistico, generalmente di pubblica utilità, ad opera di una pluralità di persone che, non disponendo dei mezzi patrimoniali adeguati, promuovono una pubblica sottoscrizione per raccogliere i fondi necessari a realizzarlo. Esempi sono i comitati di soccorso o di beneficenza e i comitati promotori di opere pubbliche, monumenti, esposizioni, mostre, festeggiamenti etc.

 Dare vita ad un Comitato di cittadini, ad un gruppo associato attivo. E’ un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione e si può esercitare anche in modo “spontaneo”, cioè semplicemente trovando un nome, fissando gli obiettivi e riunendosi periodicamente. Nel caso di aggregazione spontanea, l’associazione non avrà però una personalità giuridica autonoma, il che significa che non potrà -ad esempio- ricevere contributi da enti pubblici - Questo siamo in questa fase noi.

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Trasferimento generazionalmente orientato al cambiamento

Il melo secco- la vite - l’ulivo :

l’albero della conoscenza che dà frutti rappresentato dalla palme e dalla vite;

l’albero infruttifero rappresentato dal melo secco e dal fico;

l’albero della discendenza raffigurato dall’ulivo ;

L’ulivo è un albero contorto come l’albero della discendenza che comporta la presenza sia del secco, sia del frutto.
Da qui possiamo affermare che il volto del corpo familiare è caratterizzato dalla compresenza del dolore e della risorsa, della disperazione e della speranza, dell’ingiustizia e dell’atto equo.

Tocca all’esperto coscenzioso riconoscere tutto questo e mostrare la via della riconciliazione e del perdono, anche se la decisione di percorrerla spetta ai membri familiari.

I passaggi generazionali sono caratterizzati dalla compresenza di continuità e trasformazione, infatti eredità e nome sono le tematiche cruciali del passaggio che però risentono dei mutamenti culturali.
Risulta fondamentale cogliere la specificità dell’odio generazionale (il melo secco) in tutte le sue forme e le strategie per affrontarlo.

Tale odio si presenta attraverso il volto della menzogna, iniquità, invidia e  crudele indifferenza. La menzogna è caratterizzata da alcuni elementi di verità che vengono organizzati in un sistema falso.

L’odio generazionale si presenta anche nei casi in cui si vincolano i figli alla propria storia, scaricando e depositando sulla generazione a venire lutti  e colpe troppo pesanti.

Altro problema generazionale è l’iniqua distribuzione del dolore mediante la quale il rancore e la colpa provati dalla generazione precedente transita su quelle successive, che ha cercato di controbattere la tragedia del fallimento familiare, ma esse non riescono da sole ad affrontarle.

Le nuove armi sono il riconoscimento della tragedia attraverso l’implicazione di numerose persone e della stessa cultura di riferimento e l’impegno nel rilanciare la relazione con l’altro–> trasgredire.
Con la crudele indifferenza verso il destino dell’altro vi è una logica cinica che si può esprimere attraverso frasi come:”ognuno deve sapersela cavare” e “la vita è dura per tutti”.

In questo caso l’odio generazionale si presenta nella forma fredda. Una quota di indifferenza verso l’altro accompagna sia la menzogna, sia l’iniquità.
Oggi risulta difficile cogliere l’invidia nei confronti delle nuove generazioni, specie per quello che esse possono avere in confronto a quelle precedenti.

L’esperto si occupa del rapporto tra vincoli e risorse relazionali e non di mere patologie. Risalire alle generazioni non vuol dire solamente trattare di segreti indicibili e lutti incistati, ma anche considerare le fonti benefiche (la vite) presenti nella storia familiare.
Per quanto concerne il rapporto tra inter-generazionale e trans-generazionale.
Nell’approccio al “generazionale”, inter e trans non hanno attribuzioni positive o negative, ma indicano ciò che si situa tra (ciò che si cambia) e ciò che va al di là (ciò che attraversa e passa). Dunque, ciò a cui è possibile accedere è l’intergenerazionale–>ciò che le generazioni si scambiano tra loro “in bene e in male”. Esso è basato sulle azioni del trasmettere e del tramandare.
Il transgenerazionale è la risposta alla domanda “che cos’è che è passato e passa tra le generazioni?” in merito a valori e qualità simboliche fondamentali della speranza-fiducia nel legame e della giustizia nello scambio con l’altro.
Le azioni del trasmettere e del tramandare costituiscono l’invariante del passaggio generazionale.
Il trasmettere riguarda, oltre che il patrimonio genetico, la dote-eredità e lo status ed opera per traslocazione e deposito di diritti e di beni mettendo in luce la “spazialità generazionale”.


Il tramandare riguarda i temi delle origini e del nome ed opera per continuità/discontinuità di origini, nomi, tratti del carattere e mette in luce la presenza della “temporalità generazionale”.
Il trasgredire, invece, è un compito ed una risultanza dell’azione generazionale.

Un compito in quanto tocca alle generazioni successive accettare e riconoscere ciò che “padri e madri” hanno lasciato in eredità e passare aldilà rilanciando l’azione generativa, una risultanza perché tocca alle generazioni precedenti garantire uno “spazio fluido” e di “rinnovamento delle origini” alle generazioni successive.

Lo scambio generazionale si ripete e si rinnova costantemente e , con esso, siripetono i traumi e si rinnovano le risorse.
Il trasferimento generazionale si manifesta come area incerta e critica della relazione. Esso ha una doppia faccia, è spazio ambiguo e non determinato perché dà vita ad azioni generative ed antigenerative la cui risultanza non è affatto determinata.

La trasmissione generazionalmente orientata permette alle persone di rivisitare i destini, riconnettersi con la propria storia e aprire nuovi spazi decisionali nella relazioni con l’altro. (trasgredire-cambiare atteggiamenti).
Le nuove generazioni devono far proprie l’eredità ricevuta dai padri, ma tocca alle generazioni precedenti lasciare a quelle successive lo spazio necessario perché ci sia trasgressione e così rinnovamento.

Quando si dice la verità, non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi.

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lavorare con gli intenti

 IL nostro obiettivo di attirare l’attenzione affrontare problematiche diffuse con la collaborazione attiva del sociale per generare e sviluppare interesse, la combinazione dei contenuti è un vero e proprio obbligo per aziende e un sociale intelligenti.

Non si parla da soli! Il linguaggio nasce dalla relazione. Dalla relazione si comincia ad educare o rieducare alla comunicazione, qualunque essa sia: una parola,  un’immagine, un gesto.

Non vorremmo ripetere sempre i medesimi discorsi. Crediamo che non ci sono parole senza significato nella comunicazione. Non ci lasciamo vincere dalla tentazione di produrre un risultato rapido. Partiamo, dove è possibile, dal processo: strada apparentemente un po’ più lunga ma dai risultati più stabili.

Non parliamo a vanvera! Fissiamo delle mete a medio e a breve termine, concordate e condivise. Questo ci consente di verificare passo dopo passo il nostro intervento.

Non abbiamo regole fisse rispetto ai tempi e alle modalità dei progetti, perché ciascuno possa esprimersi con condivisione. Ogni progetto deve essere  personalizzato,  nel rispetto delle linee guida della condivisione.

Non diamo in premio le patatine, non compriamo prestazioni : cerchiamo di entusiasmare e di gratificare con il merito, perché no, a volte anche dando una caramella! Ma soprattutto preparando progetti e attività “che piacciono”, magari intervallando una cosa meno gradita ad un’altra più interessante.

Non vogliamo prescindere da alcune parole d’ordine: aggiornarsi, confrontarsi, studiare, ascoltare, meritare. Una di quelle che preferiamo è entusiasmare: usiamo ricordare Paperino per far comprendere il significato di sfortunato, di zio Paperone per introdurre il concetto di avaro, di Willy il coyote per spiegare cosa significhi non arrendersi mai.

Non occorre trincerarsi dietro la barricata dei paroloni e della terminologia scientifica per essere professionali. Cerchiamo di parlare semplice, e soprattutto di ascoltare.

Non è sempre facile trovare il tempo di scrivere parole, risultati, tempi e modalità di intervento. Non sempre ci riusciamo, ma resta nei nostri intenti, perché, se vogliamo crescere singolarmente e come gruppo, dobbiamo disporre di dati da confrontare, studiare e mettere a disposizione di altri.

Formare un gruppo di unità d’intenti è alquanto complesso, ma i benefici che se ne possono trarre ne fanno indubbiamente un’arma vincente.

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Imprese a caccia di laureati, ing. prof.lingue e economisti etc. ……

 Cercasi laureati, in particolare economisti, formatori, ingegneri elettrotecnici e matematici, ma anche traduttori ed interpreti non sono facili da trovare, nonostante la conoscenza delle lingue sia ormai un requisito indispensabile per trovare lavoro. Arriva il borsino dei titoli di studio più gettonati e a dirlo sono quasi 83 mila imprese private di industria e servizi, il campione intervistato nell’analisi del sistema informativo Excelsior-Unioncamere con Anpal, Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, sulle previsioni di assunzione tra luglio e settembre 2017. Il tutto per un totale di quasi 970 mila unità.

La laurea è richiesta per il 12,3% dei 969 mila posti di lavoro previsti nel trimestre, in particolare in Lombardia, ma la ‘caccia’ al titolo giusto è dura per il 34,4% delle posizioni sia per mancanza di candidature (17,8%) che per la loro inadeguatezza (14,8%). Meno ardua, invece, la ricerca tra i diplomati (19,3%), ai quali sono riservate il 36% delle entrate, con punte di complessità per gli indirizzi di produzione industriale e artigianale (45,1%), informatico e telecomunicazioni (44,9%).

L’esperienza, secondo l’analisi, è spesso un fattore discriminanteper la ricerca del candidati, in particolare per i laureati ai quali viene richiesta nel 79,6% dei casi, contro una media del 67%. Ma a fare la differenza nella scelta sono anche le competenze maturate dal candidato. A 4 laureati su 5 viene richiesto l’utilizzo di tecnologie e strumenti internet e a 1 su 2 l’applicazione di soluzioni creative e innovative. Per questo tirocini e percorsi di alternanza scuola-lavoro che possano fornire ai giovani le giuste attitudini, spiega l’analisi, costituiscono uno strumento strategico per andare incontro alle esigenze delle aziende.

Entrando nel dettaglio della ricerca, le imprese denunciano di faticare a trovare 1 laureato su 2 in indirizzo linguistico (69,9% la difficoltà di reperimento), in ingegneria elettronica e dell’informazione (58,7%) e ingegneria industriale (50,2%), non va meglio la caccia ai matematici (40,9%9. Tra i profili tecnici di non facile reperimento ci sono i diplomati in costruzioni, ambiente e territorio (34,0%), in meccanica (29,6%) e in elettronica ed elettrotecnica (30,6%), ma anche i qualificati specializzati in impianti termoidraulici ad indirizzo elettrico e meccanico.
Tra i titoli di studio con più chance di lavoro ci sono anche i laureati in indirizzo sanitario e paramedico (9.140) e ingegneri industriali (8.550 le entrate previste). Tra i diplomati, invece, quelli che hanno seguito l’indirizzo amministrativo, finanza e marketing (60 mila), meccanico e meccatronica (32.570) e turismo enogastronomia e ospitalità (27.030). Ristorazione (59.580), meccanica (34.940) e benessere (30.830) sono le qualifiche professionali più richieste dalle aziende. Quanto alla mappa geografica della assunzioni previste, secondo l’analisi, a puntare maggiormente sui laureati in termini relativi sono le aziende lombarde (17,6% delle entrate programmate contro una media nazionale del 12,3%), seguite da quelle piemontesi (14,6%) e quelle laziali (14,5%). Fanno invece maggiormente leva sulle figure con qualifiche professionali le aziende della Liguria (41,5% contro la media del 22,4%), quelle del Trentino Alto Adige (40,4%) e della Valle d’Aosta.

A scuola per diventare supervisori in fabbrica digitale

La scuola forma le nuove figure per l’industria 4.0. L’Its Maker, l’istituto superiore meccanica, meccatronica, motoristica e packaging dell’Emilia-Romagna, che realizza percorsi biennali formativi post diploma, ne ha avviato uno nuovo per ottenere la qualifica di tecnico dei sistemi di controllo nella fabbrica digitale.

Il corso, nella sede bolognese dell’istituto, mira a formare nuove figure professionali per gestire installazione, configurazione, test, collaudo e messa in marcia di singole macchine, o di intere linee di produzione, in azienda o presso clienti terzi. Il corso prevedere 2.000 ore di formazione, di cui 800 di tirocinio in azienda, e la possibilità di trascorrere periodi di tirocinio all’estero. L’Its Maker è uno dei sei istituti tecnici italiani hanno aderito al progetto sperimentale lanciato dal Miur ‘Industry 4.0′. (ANSA).

Fonte : Redazione Agenzie ANSA

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snobbismo all’italiana

Italiani snobbano i fondi Ue, sono tanti ma servono a poco

Eurobarometro: Belpaese ‘vince’ palma scetticismo su benefici

BRUXELLES – Tra 2007 e il 2014 sono stati 29 miliardi, ai quali entro il 2023 se ne aggiungeranno altri 31,1: è un fiume di soldi quello erogato dall’Unione europea a favore dell’Italia attraverso i fondi strutturali che, secondo le stime di Bruxelles, nel settennato 2007-2014 ha creato 60.349 posti di lavoro e sostenuto 51.729 progetti realizzati da Pmi. Peccato che nel nostro Paese se ne siano accorti solo in pochi. Secondo i dati dell’ultimo sondaggio Eurobarometro, solo il 40% degli italiani interpellati ha sentito parlare almeno una volta di progetti cofinanziati dall’Ue e, unico Paese in Europa, meno dei due terzi della popolazione (43%) ritiene che tali iniziative abbiano portato sviluppo al territorio. Il 20% giudica l’impatto addirittura negativo (contro l’8% Ue).

La necessità di trovare un modo nuovo e più efficace per comunicare meglio i risultati ottenuti attraverso la politica di coesione è evidente, visto che i due terzi (63%) degli europei non ne ha mai sentito parlare. Ma almeno il 78% crede che l’impatto di questi progetti sia positivo per i territori. Solo nel nostro Paese il giudizio sui fondi Ue è così negativo: il 54% degli italiani (49% in Ue) dice di non aver mai sentito parlare del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) o del Fondo di coesione, mentre il 93% (70% in Ue) sostiene di non aver mai beneficiato di un’iniziativa finanziata da uno dei due fondi. Difficile immaginare che tale percezione corrisponda alla realtà in un Paese che, dopo la Polonia, è il secondo beneficiario della politica di coesione. Unico Fondo a godere di notorietà in Italia è quello di solidarietà per i disastri naturali (Fsue), di cui il nostro Paese è stato finora il maggiore beneficiario con oltre 1,3 miliardi. Il 72% degli italiani dichiara di conoscere il Fsue (media Ue 59%) e il 31% sa che è stato usato nel nostro Paese.

Fonte: Agenzia ANSA

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pratica del buon senso per la bontà della causa

Una riflessione sul valore delle relazioni e sulla fiducia come motore della generosità. Oggi la nostra attitudine a donare viene chiamata in causa con maggiore frequenza rispetto al passato e, soprattutto, con un largo ventaglio di tecniche e modalità. La stessa società che esibisce senza tregua modelli vincenti di protagonismo, spesso giocate sull’impatto emotivo e, comunque accomunate dall’esigenza di raccogliere il più possibile in un arco di tempo brevissimo, l’individualistico sollecita poi con altrettanta insistenza scelte tecniche sempre più sofisticate, mettendo fuorigioco onestà-altruismo e meritocrazia.

La pratica del buon senso - convincere la gente ad aiutarci per la bontà della causa con il rispetto delle persone, non strappando un’adesione frettolosa. Siamo qui a costruire una buona immagine e una sostanziale credibilità, solo il tempo e la partecipazione attiva garantiscono davvero buoni risultati.

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E’ necessario ! . . . . urgente !!!!!

Vivere nella società in modo che l’uno sia aiutato dall’altro e ognuno con la sua ragione si occupi di cose diverse…

Si forma così un sociale, tenuto insieme dalla convergenza del bene comune che prevale sui beni particolari, i quali, anzi, sono ordinati al bene comune come a qualcosa di più perfetto.

Questo concetto è superiore all’idea d’interesse particolare e d’interesse generale che viene invece spesso introdotto in politica e oggi più che mai dominante.

L’interesse tende ad una dimensione egoistica e soggettiva, mentre il bene comune tende alla realizzazione degli individui in ordine ad un bene oggettivo, ai diritti naturali, alle inclinazioni  individuate dalla famiglia e dalla scuola, occorre dare una dimensione morale della società che comprende la convivenza e dunque anche l’economia, la tecnica, l’organizzazione sociale, nell’esercizio di qualsiasi potere, nella scienza, nell’arte.

L’insieme i questi valori, cioè di queste realtà va vissuto in ordine alla realizzazione del bene comune.

Esso è un tutt’uno che si attua nell’insieme delle persone e per ciascuna di esse.

Così si capisce che ricchezza, salute, cultura sono beni particolari da ordinare al bene della collettività così che lo scambio e la comunicazione dei beni particolari promuova il bene di tutti.

Il bene comune, non è somma di beni particolari, ma armonizzazione e comunicazione di essi finalizzati fin dall’origine.

Al bene comune si subordina il bene dell’individuo inteso in senso individualista ed egoista, il quale così inteso non coopera al bene comune.

Piuttosto il bene individuale va armonizzato e coordinato al bene comune.

L’armonizzazione e la comunicazione delle attività personali sono compito dell’autorità politica la quale interviene con le leggi finalizzate al bene comune e devono ispirarsi alla legge naturale. Così l’autorità opera per il bene comune.

Tali dettami particolari, ottenuti dalla ragione umana prendono il nome di legge umana o positiva.

Nella comunità politica il fine è il bene comune, cioè il motivo stesso per cui si sta insieme nella comunità politica; la legge di conseguenza deve essere ordinata al bene comune.

Ordinare al bene comune è compito di tutto il popolo, oppure di un singolo rappresentante in sua vece.

Risultati immagini per vignette sul bene comune e individuale

Rispetto alla dimensione politica si deve affermare che la legge è frutto di un dettame della ragion pratica per regolare la vita di una comunità.

La legge naturale ci fornisce solo i principi con cui procedere, insufficienti a guidare tutta la vita umana.

Per questo è necessario arrivare a rispetto e controlli di leggi positive.

La ragione umana ci impone, partendo da questi principi il controllo e rispetto, in una cultura sociale adeguata al territorio e regolamentazioni più dettagliati.

Formare un gruppo di unità d’intenti è alquanto complesso, ma i benefici che se ne possono trarre ne fanno indubbiamente un’arma vincente.

Da soli non ci si salva !!  

  con il buonsenso possiamo costruire le condizione per condivisione e meritocrazia.

                         accelerare l’innovazione e sviluppare Il buon senso

Cerchiamo volontari per costruire un pezzo di mondo migliore, una piccola Comunità impegnata ad inventare nuovi modi di pensare, abitare e vivere

Dalle visioni alle strategie, dalle strategie ai progetti.

Organizzazione – tel. mob. 347-4629179  e-mail : comitato@trazzeramarina.it

 

 

 

  

 

Disfattismo all’italiana

Il punto di partenza è un bell’articolo di Claudio Magris intitolato Che noia il disfattismo all’italiana e uscito sul Corriere della Sera.
La tesi di Magris è chiara: qualsiasi paese è afflitto da magagne, sciagure e storture. Occuparsene e denunciarle in modo circostanziato è, oltre che doveroso e patriottico, utile.
Ma tutto ciò è profondamente diverso dal ritornello autodenigratorio, cinico e intriso di falso moralismo, che oggi si configura come disfattismo all’italiana, vero vizio nazionale, e che incrementa i mali d’Italia. Seguono alcuni esempi tratti dal mondo che Magris conosce bene, quello dell’università, e un ragionamento sull’antipolitica.

Sono così profondamente d’accordo con quanto dice Magris che vorrei stamparlo in corpo 96 e farne un manifesto. Ma, temo, servirebbe a poco (e sì, sarebbe un gesto bizzoso). Provo ad aggiungere, invece, a quanto dice Magris un paio di chiavi di lettura che riguardano l’efficacia del “ritornello autodenigratorio” in termini di comunicazione, e i vantaggi che l’autodenigrazione offre a chi la pratica. Questo può offrire qualche strumento in più per distinguere a colpo d’occhio tra patriottica (e necessaria!) denuncia e cinico ritornello, e anche per disinnescare le tentazioni autodenigratorie di chi, magari, si sente un po’ sconsolato, ma è in sostanziale buonafede.

Prima di presentarvi il mio elenchino di funzioni e vantaggi, però, devo chiarire una cosa: salvo un’eccezione, che vedremo, di norma quella che Magris chiama “autodenigrazione” non viene applicata a se stessi in quanto individui. A essere denigrati, in realtà, sono sempre gli altri. E questo succede perfino quando il denigratore, travestendosi da anima bella che è vittima, suo malgrado di un inestirpabile male collettivo, usa l’artificio retorico di mettere anche se stesso nel mazzo dei denigrati ed esordisce con un ecumenico “noi italiani”.
Nelle espressioni di disfattismo all’italiana, quel “noi italiani”, implicitamente, sta però a significare “tutti gli altri italiani tranne me, la mia mamma, i miei amici, le altre anime belle che mi seguono e sono indignate quanto me”. E che parleranno al bar di quello che dico. Metteranno un “mi piace” su Facebook. Twitteranno e diffonderanno il ritornello del disfattismo, gustandosene le parti più saporite come se fossero caramelle, possibilmente senza azzardarsi a distinguere, ad approfondire, a verificare le fonti, insomma: a evitare la fallacia della generalizzazione.

Potente. L’autodenigrazione e il disfattismo fanno leva su intense emozioni primarie (rabbia, paura, disgusto) e per questo da una parte non ha bisogno di essere sostenuta da argomentazioni incontrovertibili, dall’altra è difficile da contrastare con un ragionamento articolato che abbia uguale intensità emotiva. Vantaggio: poca spesa (in termini di impegno analitico e dialettico) e grande resa in termini di coinvolgimento e memorabilità.

Semplice e definitiva. A criticare, diceva la mia nonna, sono bravi tutti, e demolire denigrando è molto più facile che ricostruire o costruire distinguendo e discutendo. Dopotutto, basta un po’ di dinamite verbale inserita nei luoghi comuni giusti, ed è fatta. Ma non solo: una furiosa demolizione è, nella sua immediata assolutezza, molto più semplice da capire che una laboriosa costruzione argomentata. Vantaggi: l’operazione si svolge in modo fulmineo, risulta comprensibile a tutti, è radicale e definitiva.

Conveniente e confortevole: chi denigra in una logica di disfattismo non ha bisogno di entrare nel merito di complesse distinzioni, o di assumersi onerosi impegni, o di formulare proposte o idee alternative che, a loro volta, potrebbero essere suscettibile di critiche. Vantaggio: si giudica senza dover affrontare il rischio di farsi giudicare, e ci si può, poi, adagiare in un confortevolissimo far niente.

Spettacolare. Lo sa chiunque lavori coi mezzi di comunicazione di massa: le buone notizie esercitano un impatto enormemente inferiore alle cattive notizie. Una rissa si fa guardare più di un dialogo pacato. L’inventiva diverte, e se sei noto per dirne di tutti i colori verrai invitato a partecipare ai talk show. Vantaggio: ci si conquista popolarità e si rimediano un sacco di inviti.

Autoassolutoria: questo è probabilmente l’unico caso in cui l’autodenigrazione comprende autenticamente anche chi la esercita, e autodenigrandosi dissolve qualsiasi possibile responsabilità individuale nel pentolone dello stigma collettivo. Se l’Italia intera è incapace, disonesta e inefficiente, nepotista e opportunista, beh, perché mai io, che sono italiano come voi, dovrei comportarmi in modo diverso? Vantaggio: “non è colpa mia, è colpa di un sistema perverso e immutabile”.

Il disfattismo incrementa i mali d’Italia, scrive Magris. Riconoscerlo è facile: un discorso disfattista non comprende distinzioni e non prevede vie di scampo realistiche e praticabili o controesempi virtuosi. Smontare il disfattismo è più difficile, ma saperlo individuare è già un buon primo passo. Per sfuggire al disfattismo all’italiana basterebbe rinunciare a tutti gli innegabili vantaggi che questo offre e, magari, dare un’occhiata a Il bello dell’Italia, un libro in cui 25 corrispondenti della stampa estera raccontano quel che apprezzano del nostro paese.

Fonte: Annamaria Testa nuovoeutile.it

Non possiamo far finta che le cose cambieranno se continuiamo a fare le stesse cose. Una crisi può essere una vera benedizione per qualsiasi persona, per qualsiasi nazione, perché tutte le crisi portano progresso. La creatività nasce dall’angoscia proprio come il giorno nasce dalla notte buia. È nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera una crisi supera se stesso, restando insuperato.
Chi incolpa una crisi dei propri fallimenti disprezza il suo talento ed è più interessato ai problemi che alle soluzioni. L’incompetenza è la vera crisi. Il più grande svantaggio delle persone e delle nazioni è la pigrizia con la quale tentano di trovare le soluzioni dei loro problemi. Senza una crisi non c’è sfida. Senza sfide, la vita diventa una routine, una lenta agonia. Non c’è merito senza crisi.
È nella crisi che possiamo realmente mostrare il meglio di noi. Senza una crisi, qualsiasi pressione diventa un tocco leggero. Parlare di una crisi significa propiziarla. Non parlarne è esaltare il conformismo. Lavoriamo duro, invece. Facciamola finita una volta per sempre con l’aspetto davvero tragico della crisi: il non voler lottare per superarla. A. Einstein

Con noi Libertà totale di essere se stessi.”

Da soli non ci si salva !!  

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